interno notte…

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di notte(foto di poetella)

Qui per ascoltare

Non ho voglia di andare a dormire.

E so che non vedrò l’ora di svegliarmi, domani, sperando sia un giorno di quelli che portano doni. Come una processione di valletti col vassoio in mano.
Un giorno ricco di meraviglie – di stupori – di festa.

Sperando sia un giorno di quelli che ci fai un cerchietto sul calendario. Ma non è così che, ogni giorno, ogni giorno mi sveglio? Ogni giorno vado a tirar su la serranda, in cucina – riempio la caffettiera e la metto sul fuoco – scaldo il latte – ci faccio una bella schiuma alta alta – poi ci verso il caffè – scaldo appena due fette di pane – ci spalmo sopra la tua marmellata e intanto accendo il pc col vassoio della colazione davanti – mi siedo, avvio una delle mie musiche preferite
che so, Borodin, o Bach, o quello che mi va in quel momento
poi apro la posta.

E spero di trovarci il tuo nome. Che mi colora la giornata. Me la carica, mi sveglia per bene e mi dispone per bene al giorno nella solitudine della casa ancora tutta addormentata.
Mia.

Ed è quella la meraviglia
quella la cascata di doni
quello lo stupore e la grazia.
Il tuo nome nella posta.

E se non c’è…


(by poetella)

Stiamoci a dire che ci basta…

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rosa e vento(foto di poetella)

E qui la voce

Stiamoci a dire che ci basta
ci basta e avanza quest’arietta dalla finestra spalancata
quando mai a Luglio alle tre del pomeriggio?
Ci basta questo scompiglio sul collo
questi capelli leggeri e la rosa che gode del vento e forse
anche della musica che le mando fuori
Bach è Bach!
anche le rose, forse, no?

Stiamoci a dire che non cerchiamo altro
che questo scomposto disordine
senza pretese rilassato
sul tavolo un bicchiere – il telecomando inerte
il posacenere con una sola cicca di sigaretta
e sempre le rose, solo un po’ stanche
nel vasetto di Delft. E il telefono muto.

Stiamoci a dire che siamo soddisfatti del poco
del piccolo del quieto.
Prendiamoci in giro

Tanto tu non vedi. Non ci sei. Non saprai mai.


(by poetella)

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Ho camminato sugli aghi di pino…

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la rosa(foto di poetella)

 

 

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Ho camminato sugli aghi di pino, finalmente. Ho sondato il terreno, cauta. Passetti di bimbo.
Tornare a sentire il terreno sotto i piedi. Riconoscerlo. Con un po’ di paura. No. Non paura. Circospezione.
È come se si dovesse riprendere una consuetudine. Tralasciata per un po’. Capita.
Tralasciare.
Lasciare tra. Ti sto tralasciando, amore mio.
Devo. Si snodano giorni di devo. Di aspetta. Di dopo, poi, vedrai.

Un dopo ancora troppo lontano per starcisi a concentrare su. Dunque ti tralascio, amore mio.
Ti metto un velo sopra. Ti oscuro come il cielo di ieri. Nubi spesse.
Hai visto oggi, però? Che schiarita!

Non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo disperare. Hai detto.
Quando l’hai detto?
Come si misura il tempo? La clessidra nella mia testa non la giro più.
Per un po’, almeno. La metto via.
Chiudo il cassetto.
Apro la finestra e guardo fuori.

C’è il sole. Quello torna sempre. Basta aspettare.


(by poetella)

Tema dal film “The Third Man”

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comunque… questo ripost… ci sta!

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di fronte al letto(foto di poetella)

 

 

Che poi lei pensava

mentre stirava l’ottava camicia – troppe camice in questa casa, l’indiano della tintoria non stira bene, povero, tutte da ristirare –  lei pensava, col Canone per tre violini e violoncello di Pachebel nelle orecchie, questa casa finta, questa casa scomoda, piena di gueridon pieni di ninnoli, figurette, tazze  e caffettiere del settecento, dell’ottocento, piena di mensole e mensolette piene di chicchere e piatti di porcellana, di bronzo, di maiolica istoriata del seicento, del settecento, dell’ottocento, albarelli, angeli e angioletti, puttini e dee e dei ed eroi, e mostri, vasi e coppe, e avori, tutto antico, cartagloria, fiori di seta, tutto morto, tutto da altri usato per viverci comodi, non per metterlo lì a dover essere spolverato, lucidato, schivato per non romperlo, in quella casa finta con gli armadi piccoli, che se no disturbano l’equilibrio infinito, prezioso della mostra degli oggetti rari, quadri e quadretti e miniature e specchi e specchi finti, antichi, macchiati, scrostati, che non ci si vede niente e ci si deve specchiare in quello dell’ascensore,  di fronte, di profilo, ok, va bene,

stirava e pensava, in quella casa senza lo spazio per una libreria, i libri un po’ qui, un po’ lì, un po’ in soffitta, o sotto al letto, o in cucina o in quella verticalina su due, tre strati, senza un faretto per illuminare, Me lo metti un faretto? Ma che sei matta? Ci starebbe malissimo! Con la torcetta per vedere che cavolo di libro era. Se era  quello che cercava, senza trovarlo. E svuotare tutto, a tentoni. Poi rinunciare. E per fortuna una libreriola in cucina coi preferiti. Amori miei!

 

E lei stirava e pensava Tu!

Tu che non scrivi. Tu che, non serve che scrivi, tu che vivi in semplicità. Tu, solo l’essenziale. Tu col poco. Tu che non telefoni, ché non serve telefonare. E non mandi messaggi. Ma che messaggi devi mandare mai?

Ché lo sai che mi sei continuamente in testa, ché se non ti avessi continuamente in testa soffocherei, in questa prigione  di falsità, che ci soffocherebbe chiunque.

 

Figurati io! Ma io, no. E allora…

(by poetella)

 

 

 

Pachebel – Canon For Three Violins & Cello.

 

 

 

 

 

 

un acquisto piuttosto interessante…

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“Un corredo da farmacia ligure è stato protagonista di una splendida asta genovese, la Wannenes, di arredi, argenti, maioliche e oggetti d’arte del 6 marzo 2013 (La Collezione Daniele). Un corpus di maioliche (lotti 296 -319) che costituivano una parte rilevante di un insieme farmaceutico realizzato in una fornace di ambito savonese.
Disperso in antico, questo corredo è tradizionalmente considerato proveniente dalle collezioni raccolte all’inizio del XX secolo dal banchiere di origine polacca Giuseppe Toeplitz, destinato come presidente della banca Commerciale Italiana a svolgere un ruolo di primo piano nella storia economica del nostro Paese.
Sono maioliche che costituiscono un buon esempio, con la loro decorazione rapida e spigliata, del felice perdurare dei più caratteristici moduli decorativi della maiolica in Liguria.
Le forme sono quelle tradizionali dei corredi da farmacia: i vasi da elettuari, dalle caratteristiche prese a testa ferina, sono di uno stampo codificato nella produzione ligure già nel XVI secolo, come pure le chevrette con la semplice presa ed il lungo versatoio diritto e le bottiglie dal corpo tondeggiante. I modi decorativi qui utilizzati poi, rispecchiano i più tipici caratteri della tipologia savonese. Appaiono legati a prototipi francesi e sono molto vicini agli elementi del corredo della farmacia dell’Ospedale Maggiore di Genova, detto di Pammatone, già conservati nel Museo di San Martino. Maioliche, quest’ultime, che tra l’altro recano una marca ‘lanterna’ uguale a quella utilizzata sui nostri esemplari.

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Sono molto i confronti possibili: si guardi per esempio per la forma il vaso da elettuari nella medesima collezione e con la medesima provenienza, il cui stampo costituisce, come si è accennato, l’evidente prototipo di quello utilizzato per gli esemplari successivi (inventario M.V.1654).
Ogni elemento del corredo presenta alcune lievi variazioni nel decoro dovute probabilmente ad ordinazioni successive, reca in un cartiglio, secondo un modulo decorativo anch’esso impostato in Liguria già precedentemente, l’indicazione del contenuto, una vera enciclopedia dell’arte farmacologiaca sei-settecentesca ed un elemento della decorazione che aggiunge ulteriore interesse a queste maioliche. – “

OOO°°°OOO

E questo è il mio vaso… probabilmente acquistato a quell’asta… e poi rivendutomi da un antiquario amico… (ad un ottimo prezzo! Dopo una snervante trattativa e suo pianto…)

zolfanello...vaso da elettuari

Vaso da elettuari *
Savona, inizio ‘700.

marca lanterna

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e qui è come è collocato…

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… la sagoma di giornale, in basso sta lì per segnare il posto di un’icona momentaneamente a restauro…  ;-)

 

ora io dico… come faccio a non esultare? Eh?

buon domenica da

poetella

 

 

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Perché vedi caro…

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chiudo la tenda

(foto di poetella)

Qui la voce

Perché vedi caro
certe volte mi sembra cha a dirlo ai fiori in balcone o magari a quei due piccioni che ci si sono accasati, o al geco che a volte, la sera, striscia veloce, dalla lucetta del piccolo lampione appeso sopra la piantina di begonia, alla prima zona d’ombra che trova, accogliente e silenziosa, dirlo a loro, certe volte non mi basta.
Dirgli delle nuvole, per esempio, di quante forme sempre nuove, mutevoli, visto mai una nuvola uguale all’altra? di quella loro leggerezza, di quella libertà di andare e tornare e dissolversi e riformarsi più in là, di quella loro indipendenza senza leggi e comandi e dell’indescrivibile azzurro che le tiene appese come gli angeli d’un presepe napoletano e del vento che le spinge soffiando come un bimbo che fa bolle di sapone, dirlo alla strada, oppure, che guardo come un fiume grigio con le foglie che ci viaggiano verso il mare, ma dove sarà mai il mare? Dove l’azzurro? Dove la meta, la spiaggia, l’isola felice?

Insomma, stare a dire tutti questi puntini di pensiero all’aria, alla cortina del palazzo di fronte, al grande vaso con la rosa e a quello piccolo col rosmarino, davvero non mi basta.

Vorrei dirlo a te. Ecco.

Allora chiudo la tenda. E la bocca. E gli occhi. E sogno.


(by poetella)

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indubbiamente, la notte…

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finita la notte...(foto di poetella)

Qui, al solito, la voce…

Indubbiamente, la notte
i dolori si sentono di più. Siamo più accesi più attenti
a noi stessi, soli, più vigili agli impercettibili
rumori della paura, indubbiamente
meno distratti da musiche fiori piccole mansioni
diversive
piccoli trasalimenti per i colori
le nuvole le parole che disegnano sulle ore
ghirigori accattivanti.

Indubbiamente c’è chi diceva
e a ragione
che l’unica salvezza è nel fare.

Indubbiamente la notte non c’è acqua che lavi
la noia, né piccole attenzioni a un vaso di fiori
sul tavolo, il canto di un passero in balcone
il ronzio di un calabrone
la voce anche di poco conto
del telegiornale che ti riporta altre ferite
altri dolori superiori
diversi dal tuo, piccinino
inorgoglito dal silenzio.

Indubbiamente la notte tutto s’ingigantisce
tutto è lontano, buio. Assoluto.

Poi ci basta un chiarore dalle persiane socchiuse
o la tua voce ricostruita in una minuscola frase
sul display del pc
e il giorno si mette in movimento
distraendoci da
scollegandoci a
avvicinandoci a

e allora ti dico scrivimi. Tu scrivimi. È giorno.


(by poetella)

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Senza paragone (11)

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(foto di poetella)

Qui per ascoltare

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Senza paragone
come questa frescura alle dodici di mattina
e luglio è quasi finito
e tra poco
torneranno a fiorire alla grande i gerani
addormentati
creando volumi di rosso
attorno ai pensieri fiduciosi. In attesa.

Senza paragone
come le ore finalmente solitarie
rubate alla forzata compagnia dei doveri e degli obblighi
e dei sorrisi in maschera e dell’accettare e rinviare
il brontolio desolato scoraggiato sfiduciato.
E silenzio!

Senza paragone come una voce
quella voce
l’unica voce regina delle voci
regina di cuori
regina del lago
voce d’incantesimi e prodigi
quella voce
la tua voce che dice Come stai?

Come stai, Belladonna? Come stai?


(by poetella)

 

 

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