‘n accidenti…

(foto di poetella)

ascolta poetella

 

 

Il distacco. ‘n accidenti proprio. Imparare il distacco. Andare verso il distacco. Guadagnare il distacco (s’accende una sigaretta. Aspira fondo, la testa un po’ indietro, poi butta fuori tutto il fumo).  Quale cacchio di distacco? Siamo umani, no? Bipedi (guarda sua sorella, che tace). Camminiamo. Vogliamo il duro sotto i piedi. Ci serve.

 

Altro che distacco. Visto mai uno che cammina per aria? Come gli amanti o le mucche di Chagall? Visto mai? (sua sorella non parla. La guarda. Non fuma)

 

Io mi sarei proprio scocciata di tutte queste stronzate sul distacco. Sul lascia che sia. Sul vivi l’adesso. Ma sì, cavolo, sì che lo vivo l’adesso. Come no? Mica mi serve che me lo ricordino. Che me lo consiglino. L’adesso si vive sempre. Finché si vive(la guarda. Quella, zitta. La guarda, fuma e parla). C’è qualcuno che non lo vive, l’adesso? Ti risulta?

 

È che vogliamo sapere. Vogliamo controllare. Vogliamo qualche drittina su quanto durerà quest’adesso. Sia che si voglia che finisca, sia che continui, ‘sto cavolo di adesso.

(e la sorella zitta, buona, beve il tè e guarda una farfalletta che svolacchia sui gerani)

 

Ma sì, sì, sì, sì! Certo che si vivrebbe meglio. Meglio, a non avere bisogno di programmare, pronosticare, o magari solo prevedere, con un piccolissimo margine di dubbio.  Senza andare a cercare conferme da tutte le parti. Meglio, si vivrebbe. Senza cercare nei fondi del caffè o nei rametti di millefoglie.

 

Ma come fai? Come cazzo fai? Balle, il distacco. Balle.

Vaglielo a dire a  quelli che gli è crollata la casa, la vita addosso. Vaglielo a dire a loro, il distacco.

O vienimene a parlare tra un po’.

Quando sarò vecchia. E lui non ci sarà più.

 

Sai che risate.

(by poetella)

 

Poi era scappata via…

(foto di poetella)

 

Poi era scappata via, la porta che si chiudeva dietro di lei, ancora il sorriso.

Le scale, a piedi. Troppo ferma, in ascensore. Doveva camminare. Muoversi. Veloce.

Al primo pianerottolo, una sigaretta. E giù, di corsa, per le scale. Fino a fuori. Ancora chiaro. Neanche una nuvola. Gente in giro. Gente ferma a chiacchierare. Gente che entrava nei negozi.

E lei che scivolava come un’ombra. Le sembrava di sorvolare il terreno. Di scorrere come fiume calmo, colmo. Lento. Consapevole.

Tutti i gesti, le parole, Che bella che sei! Tu, bello, tu! Lo sfiorarsi, il serrarsi, il guardarsi. I capelli sugli occhi, la pelle sotto le labbra. Le mani. Le mani! Le gambe, le braccia, il collo, le spalle, quel petto largo, l’impasto di sussurri, il sudore. Quel darsi parossistico. Come fosse la fine.

Straziarsi. Sfinirsi. Sfibrarsi. Provvista di piacere. Di Bellezza.

Tutto che le rimbombava dentro, che cantava, che urlava. Coccolava, addolciva. Ancora  di più.

 

Ripensava a tutto e tornava a viverlo. Le parole! Tornava a viverle, per strada, alla fermata dell’auto. Riascoltava quella voce. Sull’auto, tra gli scossoni, i fiati, la stanchezza e gli odori della giornata degli altri. E il suo profumo. Ancora il profumo addosso. Il profumo che copriva tutti gli altri odori. I pensieri che coprivano tutti gli altri pensieri. Le sensazioni ancora nella carne, che coprivano tutte le sensazioni. Poi in metro. Aveva aperto il libro, ne  portava sempre uno  dietro,  poi richiuso. Niente libro. Non c’era posto per niente.

Tutta la mente occupata a rivedere, ricostruire, riproiettare percezioni, emozioni, sussulti di meraviglia.

Niente libro. E niente messaggio. Silenzio. Aveva imparato.

Granello  a granello, riedificava il desiderio.

Lo nutriva. Lo custodiva e alimentava.  Fino a

(by poetella)

 

Ciaikowski – Panorama

 

 

 

 

 

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avrei dei validissimi motivi per…

…stare  allegra.

Uno, almeno, uno molto, molto valido.

e invece… me ne sto qui a struggermi con questa musica, ed il ricordo della pioggia che poi, adesso, ha smesso…

Ma io lo so cos’è. Lo so cosa m’ammolla i pensieri. Lo so cosa m’affievolisce l’allegria che dovrei, sicuro che dovrei avere. Oggi.

lo so.

E adesso lo dico: sono due giorni che non riesco a scrivere un cacchio. E sì che ne avrei di idee…ma mi sfuggono. Non si fermano. Non le catturo.

Beh…ascoltiamo la musica, va…

Mahler – Adagietto della 5ª sinfonia

.

Finito!

 

sette giorni per 554 pagine di pura meraviglia!

adesso mi prende lo sconforto.

Non riuscirò mai a scrivere così. Cacchio schifo.

 

Pazienza.

Non mollo lo stesso.

Ecco.

 

 

(by poetella)

poetella indomita…

(foto di poetella)

…sta provando a scrivere un altro romanzo. Una prova difficile. Vuole scrivere in prima persona…o forse in terza, non sa, ma la cosa singolare è che …sarà un uomo! Sì, il protagonista dello scritto è un uomo.

Riuscirà, poetella, nell’intento? Vedremo!

Intanto, questo l’incipit…

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- Bene. Questo è fatto. Qui, qui anche. E anche qui, ok. Accendiamo questa. E si esce.

Si esce. Parla da solo.(Parlo da solo)

Si guarda attorno, la mano sulla porta di casa, già sul pianerottolo. Tutto a posto. Finestra socchiusa, persiane accostate. Il crollcroll – crollcroll della lavatrice, canto solitario, nel silenzio. Niente giacca. È caldo. La chiave, chiude casa

Uno, due, tre, quattro. E ciao. 

Scende a piedi, mentre l’ascensore galleggia scivolando nella gabbia di ferro battuto, da un piano all’altro, da un piano all’altro, lento, scricchiolante. Faccio prima a piedi, pensa. Faccio prima. E fuori, sole.

                                 L’edicola. Una signora che chiede giornali coi concorsi. Quanti ne sta comprando. E cerca sul banco, cerca appesi agli stand, cerca nella vetrina dietro il banco. Rovista e cerca. Estrae, controlla, rimette a posto. Gli occhi mobili. Cerca, prende. Non finisce mai. Tutte probabilità di sicurezza. Ecco, tocca a lui, pare.  Quella sta pagando. Repubblica, grazie. Preso. Paga. Col giornale sotto braccio, adesso, sigarette in tasca. Che giornata. Che cielo. Roma. E tutto il tempo che vuole.  Davvero tutto il tempo. Almeno quest’oretta passerà. Spera. Scorrerà via come acqua verde di fiume. Quello che adesso sta guardando mentre cammina lento, quello che scorre sotto il muretto basso.

Roma è una festa di sole, il fiume che sussurra oltre i platani che tremano di foglie e foglie, grandi, stese al vento e ombreggiano la strada, le macchine parcheggiate, chi passa correndo in calzoncini corti e sudore e i suoi pensieri. Tutto all’ombra. Gli piace l’ombra. È discreta. Timida. Amabile. Amica.

                             Poche macchine a quest’ora sul lungo Tevere. Sono già tutti a lavorare. O ancora a casa. O in giro, da un’altra parte. O dove diavolo vogliono. E il fiume scorre rilassato dietro i campi da tennis, sdoc, sdoc, le palline ritmano la calma, sdoc, sdoc, e il fiume se ne frega e scorre carezzando l’argine, cantando piano.

                               Lui, veloce, il fiume se ne frega, verso il piccolo bar coi tavolini sotto il tendone verde a righe. Con le sedie di ferro battuto e i fiori freschi nei vasetti. Di campo. Ma dove andranno, per prati, a cercarli? Gran bel bar. No, piccolo bel bar. E si vede il fiume. Che se ne frega, appunto. Impara, ragazzo. Impara. Ecco, vede la tenda verde.

[...segue]

una cosetta di più di tre anni fa…

29.02.2009

 

 

Bianco. Vorrei del bianco. Pulito.
Un lenzuolo al sole.
Dov’è il mio posto? E il mio sole,
dove?

Voglio togliermi di dosso
me stessa.
Come una buccia.
Sotto ci deve essere una polpa,
un brivido da succhiare e ancora goderne.
C’era.
Voglio un coltello.
E incidere fondo.
Fino al morbido, al cedevole.
E affondare la bocca,
macchiarla di rosso.

E offrire.
Ma non trovo coltelli.
E la buccia è irta di spine.
Si difende.
Punge e graffia.

È difficile da penetrare.
È una rocca.
Deserta.

Ecco. Deserta.
Non c’è più nessuno, dentro, che apra.

Il mio respiro è come l’ultimo fumo
di un fuoco spento.

..

(by poetella)

 

Beh? Cambiata un pochetto, vero?

Meno male che l’ho trovata, che mi stavo scoraggiando, oggi. Pensavo, cazzarola, non riesco a scrivere. Non mi viene niente. Sono arsa, prosciugata, svuotata. Non scriverò più.

Fine della corsa. Amen. Abbiamo scherzato.

E non posso sedarmi tra un’ispirazione e l’altra, come diceva il vecchio Hank…

 

Poi mi arriva un commento su un vecchio sito dove postavo le mie, quattro anni fa…le prime…

E sorrido.

Ok, poetella! Continua va’, che sei andata avanti. È solo una pausetta, ma non mollare. No?

Non mollare.

 

 

 

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Quando me ne sto qui…

(foto di poetella)

 

Quando me ne sto qui

e fuori che piove e piove

impreca l’acqua, sbraita e sbuffa

s’azzuffa

 

c’è una tale quiete dentro – strano –

un calore un tepore di culla

in questo mio stare acquattata

 sprofondata

nel palpito d’acqua

 

a pensare a te

che lontano disegni d’azzurro

l’aria che respiri

e ti respira. Beata.

(by poetella)

 

 

Ascolta poetella

 

 

 

 

.

poetella legge Mariangela Gualtieri…

Ascolta poetella

 

 

Non so se il vento ha un colore

non so se il vento nel suo

manto di polveri, in quel suo

frettoloso scostare e sbattere

troppo impaziente per le mie

celebrazioni, non so

se il vento con le sue vocali

soffiate sotto la porta

abbia la sgarbataggine a volte

di certe mani grossolane

o sia piuttosto un capitano

di vele battagliere su onde

spaventose. Se il vento abbia

in sé più fiato della folla dei morti

e ceneri e pollini viaggiatori

insieme all’ape

se il vento con le corolle

non faccia turpi balletti

scendendo di sotto nel campo

slabbrato d’attesa

e ingravidi tutte le bocche

di questa primavera col suo

rotondo di spire con riccioli

di vento e refoli e plotoni

d’aria e battaglioni che si gettano

increduli in tanta larghezza

di tanta fiduciosa attesa

di piante morbide

che piegano o favolisticamente

inclinano le chiome al sovrano

che senza parlare precipita e comanda.

 

 

Da BESTIA DI GIOIA di Mariangela Gualtieri

Einaudi  2010

Non importa…

(foto di poetella)

 

Non importa.

Me lo dico e ridico. Convinta. Non importa

Non ti cerco, non chiamo. Non scrivo. Ho da fare parecchio.

Le mani occupate. Tutt’e due.

Uno due tre quattro. Cinque giorni. Sei giorni

Sette otto.

Non mi lascio impressionare dalla voglia.

Che si rimescoli il vortice.

Che cresca il monte. Si sollevi. Viaggino tutte le barche.

Carico scarico. C’è da fare parecchio.

Questo il segreto di Pulcinella.

 

Senti come non scrivo? Vedi?

Senti come s’allarga il vuoto? Lo senti?

Senti l’elastico della fionda?

Come tira? Tira ancora, dai. Tendi al massimo.

 

Questo voglio.

 

Non fanno per noi le pantofole a quadretti.

L’armadio in comune, carta di Varese e lavanda.

Non se ne parla proprio.

Niente Che vuoi a cena?

Noi, niente vestaglia, niente pigiama.

Niente consumato, messo due volte.

Ripiegato per dopo.

Tutto perfetto. Depilato. Profumato.

 

Vuoi trasalire? Eccomi.

Ti vuoi stupire? Vuoi la grande onda?

Eccomi.

Quando sarà. Improvviso come il lampo.

Come il tuono.

Nuovo. Una lingua sconosciuta. Musica.

 

Quando sarà.

 

Quando l’acqua sarà quasi al petto, al collo, al mento.

Quando sarà vuota, più vuota del vuoto più vuoto

di rimbombi, la stanza dei giochi.

Lo sai che so giocare, no? Sono maestra.

Quando urlerà di voglia, tremerà, smanierà la stanza dei giochi.

 

Quando mi suonerà il tuo Mi manchi.

Prima no. Non cerco. Non chiamo. Non scrivo.

 

Contaci. Sono la tua strega.

(by poetella)

Ascolta poetella

 

 

 

 

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