Ma sì, vedi come sono…

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conchigliaperla(foto dal web)

 

 

 

Ma sì, vedi come sono?

bastano un po’ di giorni (un po’?)

e mi prosciugo.

Mi prende un vuoto in testa, uno scollamento, un lasciar andare di fiume largo, scivolando via sui fatti e non fatti, detti e non detti, senza guardare troppo, senza guardare più, io che guardo, invece, guardo sempre, trattengo, rielaboro, in genere, quando…

E invece no. Lo vedi come sono?

Mi prende come un congelamento, come una sospensione dei lavori con gli attrezzi a bordo strada e le pietre ammonticchiate, pale, vanghe, chiodi (un chiodo conficcato in testa) tutto scomposto, disordinato, impolverato, io che porto sempre tutto a termine, organizzo, ordino e metto bene bene e faccio bello quando penso che presto, noi…

lo vedi, invece? lo vedi come sono?

Mi prende una stanchezza, su per le gambe, su per le braccia e gli occhi, le mani, una stanchezza su per le parole che non vogliono uscire, s’induriscono, si smarriscono e si nascondono e non si fanno trovare, fanno dispetti come queste ore che non passano mai.

 senza te.

E sì che io ci giocherei con le parole, ci giocherei con le parole da gatta col gomitolo fino a scioglierle tutte e mettermele attorno come una collana di perle a coprirmi, la tua Salomè

aspettando che tu, adorato, con un gesto sapiente

click, rompa il filo dell’attesa e finalmente

mi  spalanchi il mondo attorno. E dai…

 

(by poetella)

Ravel – sonatine – modere

 

 

 

 

 

 

 

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per gelso bianco… Antonio Lobo Antunes

ala_1anoantunes da ragazzo etr_lobo_antunes_couv10639[1] 19011037_640 a04n1cul-1 a lob ant António Lobo Antunes Antonio_Lobo_Antunes_bio_grande antonio-lobo-antunes_fullblock antonio-lobo-antunes-sitting  escritor_portugues_Antonio_Lobo_Antunes e vediamo se dice ancora che quel viso non le piace…

Un viso intenso. Occhi profondi, indagatori, ma anche dolci, sconsolati, che ti entrano nell’anima come le sue parole.

labbra carnose, sensuali, come sensualissima è la sua scrittura,

bel naso, né grande né piccolo,

interessante forma del viso, deciso, senza niente di sfuggente, che tanto…che vuoi sfuggire!

 

insomma, un uomo che mi fa impazzire da tutti i punti di vista.

(è l’unico col quale potrei “tradire” l’amoremio…ma lui capirebbe, ché sa…)

 

ok, gelsobianco?

 

(by poetella)

Non mi voglio fare prendere dal vortice…

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nuvoletteridotta(foto di poetella)

 

 

 

Non mi voglio fare prendere dal vortice

dei forse, dei chissà, dei se poi, e se poi no. Non voglio fare il foglietto di carta che vola via, col vento, e gli si corre dietro e si posa e quasi lo prendi e vola ancora, volteggia, rallenta, eccolo, lo prendi. E no. Ancora no. Scappa di nuovo via. Nel vento.

Non mi voglio fare prendere dal vortice

del quando? del come? del vorrei, del chissà se potrò. Come un gomitolo di lana che ruzzola e si svolge il filo e lo prendi, no! Scappa via, in discesa, in salita, corre. Si srotola, si scioglie, si disfa. E l’insegui e s’aggroviglia e s’inceppa, s’arruffa. Svanisce nel nulla.

 

Non mi voglio fare prendere dal vortice

dei desideri che aumentano come la schiuma del latte sul fuoco e nessuno lo spegne se non lo spegnessi io, al momento giusto. Soffiandoci un po’.

 

Ho imparato. Credo d’aver imparato la forza del soffio. Come un sospiro, un respiro fuor d’acqua, uno starnuto scaccia polvere. Uno starnuto del cuore che si difende

dagli allergeni delle voglie.

 

Credo d’aver imparato.

Imparato l’attesa. E il non aspettare. Anche.

 

E tu! Tu amante. Ed io, io amante e anche figlia.

Che ascolta e s’accresce. Di te.

 

(by poetella)

 

 

 

Ravel-sonatine-anime

 

 

 

 

 

 

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poetella ci prova…

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António Lobo Antunes(Antonio Lobo Antunes)

 

 

 

Sì…voglio proprio provarci.

Non l’ho mai fatto.

Una recensione, dico. La recensione di un libro.

Non è il mio mestiere. E magari farò un pasticcio. Una cosa artigianale.

Ma voglio provarci comunque, ché questo Lobo Antunes mi piace troppo.

E troppo pochi ne parlano.

Anzi, quasi nessuno.

(ed io odio le insegnanti di Lettere, che, in sala dei professori, al “che leggi?” e visto l’autore dicono “No! Non lo conosco!”)

 

Dunque, l’ultimo suo. No, meglio, non l’ultimo suo. L’ultimo pubblicato in Italia. Che lui, lui ne ha scritti già altri tre. Ma chissà quando avremo la gioia di leggerli, tradotti in italiano.

Comunque, l’ultimo, uscito ad aprile è, per quanto mi riguarda, il più bello.

(…e ne ho letti già sette. O otto?)

Il più ricco. Il più intenso di tutti.

 

Con il suo inconfondibile stile, un narrare “polifonico” come lo definisce lui stesso, ci proietta in un mondo dove presente, passato, sogno, immaginazione, realtà e metafora si fondono e si intrecciano continuamente in una danza di parole ad altissima valenza lirica.

Un mosaico di tessere d’oro.

 

Non c’è una vera storia, una narrazione continua. Tutto si svela a vampate di luce, in una fantomatica tenuta che non esiste più, ricorrendo a voci che si intrecciano ripescando ricordi frammisti a desideri mai soddisfatti, a debolezze, a paure, a delusioni e disillusioni, evaporati dalle anime che tristemente popolano il romanzo. Alcune molto ben definite, pur se senza nome.

Grande importanza si da al nome dei personaggi. Non ne hanno, se non pochi.

Una Maria Adelaide che inizialmente si crede morta e invece poi…

Una vecchissima zia Hortelinda, (metaforica?) personificazione della morte o personaggio reale.

O tutte e due. Un non meglio individuato Jaime, che lascia di sé solo il nome sulle labbra della nonna,  e nient’altro.

Tutto gli altri non lo hanno. Non hanno identità, forse. Chi sono io? ripete uno dei personaggi, spesso.

Niente nomi. Sono solo il nonno, il padre, che poi, padre…chi sa…un amministratore, un aiutante dell’amministratore. Una nonna. Una madre. Due fratelli, nipoti del nonno, (nipoti?) con forse neanche la stessa madre e sicuramente non lo stesso padre. Uno dei quali autistico, che conserva memoria dei fatti avvenuti anche prima di lui e tesse le file del racconto. (e con quale maestria Antunes ci descrive il mondo di queste persone chiuse in un nulla pieno di un tutto che gli altri ignorano! Come loro pare, [pare?] ignorino gli altri)

Un testo che, per quanto mi riguarda, s’è meglio delineato alla seconda lettura e lo sarà di più alla terza.

Leggere Antunes è come leggere poesia. Ad ogni rilettura la meraviglia si ripete. Si scende più in fondo, le parole ci si scrivono dentro.

 

Il tutto è narrato, poi, con lo stile inconfondibile di Antunes. Frasi cortissime, molte parentesi, coppie di parole  che tornano come ritornelli, o come versi, a sottolineare la ripetitività delle situazioni dolorose della vita. Dialoghi minimi. Essenziali. Silenzi. Fatti di gesti che parlano. 

Un caratterizzare i personaggi con tratti netti, decisi, quadri espressionisti.

Tutto pervaso di una grande pietà per l’umanità sofferente in attesa dolorosa della morte.

Senza speranza. Che, in fondo, cosa c’è da sperare…

 

Io lo so cosa c’è da sperare.

Che presto arrivi un’altra superba traduzione di un  suo prossimo, attesissimo  romanzo.ché io non riesco a leggere altro.

Ecco.

 

(Parola di poetella)

P.s.

Dimenticavo…ma chi mi segue lo sa già! il titolo:

Arcipelago dell’insonnia- di Antonio Lobo Antunes

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Camminare, al mattino…

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stamattina(foto di poetella)

 

 

Ascolta poetella

 

 

 

Camminare, al mattino, per masticare, digerire, assimilare

se stessa. Come quando, da bimba, leggeva Andersen e capiva la fatica, la conquista, l’onore.

 

(cosa stava pensando del cielo? Vedremo dopo, dai)

 

Come quando, da ragazzina leggeva Hemingway, e scopriva la gloria, la lotta e l’amore. L’amore!

Come poi, crescendo aveva cercato l’eleganza in Proust, e la bellezza in Mann, la sensualità in Gide. Il rigore. Il rigore in Pavese e la sua musica triste.

 

E se stessa in tutti. In tutti gli altri. Masticati, digeriti, assimilati.

 

(ma cosa stava pensando del cielo? Vedremo dopo, dai. Dopo)

 

Camminare, al mattino, per masticare, digerire, assimilare

se stessa. Ignorando rumori e presenze. Passo veloce e naso all’aria. Occhi alla strada, e a quei piccoli ciuffi di papaveri. Ai fiori di malva. Alle margherite. Occhi dentro di sé per conoscersi. Meglio. Sempre meglio. Occhi al cielo. Ecco. Il cielo!

 

(prima o poi inciamperà in qualcosa con questo guardare il cielo)

 

Il cielo! Quel cielo che davvero sembrava uno di quelli di quando era piccola, con quell’arietta tiepida di giugno. Quei giugno che non si soffocava, come questo, che non si soffoca, è dolce, un bel giugno, e si poteva giocare, allora, e ora? e lei giocava nel cortile della casa, coi bambini e le bambine. Senza conoscere caldo e noia.

Giocava ed era un volta corsaro, una volta fatina. Ma quello che le piaceva di più era essere Boka, il Capo! E condurre i giochi. E le battaglie.

Quante altre battaglie, poi. Non  sempre da Boka.

Ma sempre impavida, lei.

(ma non era questo che stava pensando del cielo)

 

Pensava, come sempre, guardando il cielo, Guarda!

Guarda i tuoi occhi come sono larghi e come mi osservano 

 

dolci e lieti, anche se non ci sei!

(by poetella)

 

 

 

 

 

 

 

 

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ma come si fa che…

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potature(foto di poetella)

 

 

 

 

Ma come si fa che certi giorni il sorriso

non ce la fa a sentirsi coperchio di tutta questa angoscia che viene su da mille grovigli, da mille inganni, da mille e mille menzogne pietose a mascherare, da mille inconfessate certezze.

E il figlio che non. E il marito che non. E il padre che non. E l’amante che non. Anche l’amante che non. E la gente che non. E la vita che non.

La sorella, poi. La sorella lontana più di quanto non sia lontano l’oceano di fatica a tenersi sulle spalle tutta sé. Intera  e sola.

 

Ma come si fa che certi giorni il sorriso

vorrebbe piegarsi all’ingiù, come all’ingiù stanno tutte le malinconie dei traditi sogni di bambina che, certo, non dico di no, va bene, va bene, confesso, sognava un po’ troppo e sicuramente a sproposito.

No. Non sicuramente. Forse. Ecco. Forse a sproposito. Ché a sognare, se uno deve proprio sognare, meglio sognare in grande. No?

 

Tanto, poi, in genere, ci si sveglia. Che non è possibile continuare a dormire. E dormire.

E dormire.

Si deve agire. Si deve fare. O almeno disfare il malfatto. O almeno provarci.

 

Ma come si fa che certi giorni il sorriso

è dipinto come su una bella faccia di clown. Una bella mezzaluna rossa e le crocette per occhi. Che basta qualche goccia  di pioggia (di pioggia?) a scioglierlo. A scolorirlo. A cancellarlo.

 

Poi, comunque, con colori acconci e mano esperta, allegra!

 

provando e riprovando, diciamo che, diciamo sì, che si rifà.

(by poetella)

L.S. Bach-bwv639 John Lewis Grant

 

 

 

 

 

 

 

 

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