Ecco. Una giornata di sole di quasi inverno…

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(la foto è nel post precedente…)

 

 

Ecco. Una giornata di sole di quasi inverno. E tu? Dove sei? Con chi? A fare?
Una giornata di sole di quasi inverno. Che dovrebbe rallegrare. E, in effetti, un po’ rallegra.
Il sole, dico. Ma.
Ma. Sempre ma. Mai più che niente ma. Mai più che tutto ok.
Questo cartoccio di nostalgia che mi trascino dietro, legato come un sacco di spazzatura. Bucato.
Che perde. Perde pezzi. Perde sospiri. Perde, disperde forze. Forse.
O forse no.
Ce n’è di forza, ancora. Ce n’è in gran quantità.
Viene su sempre dallo stessa scatolina socchiusa. Un tuo regalo.
L’hai detto. Per te farò una scatolina a parte con le mie mani artigiane.
L’hai detto. L’hai scritto. E lo so che è così. Ma.

Sempre ma. Per sempre ma. Amore mio.


(by poetella)

Bach (Busoni) – Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ

 

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poi, quando rivedo…

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Poi, quando rivedo quel volo
quell’andamento quieto e lento
da viaggiatore dei sette mari o forse più
allora diciamo che
quando rivedo quel volo
infilato in cielo
note di oboe o violoncello

non è come quando
intonati violini di una filarmonica
sovrastano a mille
tanti piccoli punti neri veloci
in sintonia.
Non è così.

Quando rivedo quel volo ecco mi ci attacco
con la voce
con una piccola poesia o
una grossa speranza
e mi lascio
tirare
coda d’aquilone
fluttuando lontano

via, dove va lui.


(by poetella)

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Pianto di pioggia… (poetella gioca)

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Copia di IMG_2227

(foto di poetella)

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Pianto di pioggia
pianto sbilenco sgocciolamento
- è più grande il cielo
di tutto il mondo. Ma dell’amore?-

Canto del vento di rami di pino
canto di fronde di nuvole tonde
mi sbanda il cuore
si bagna si lagna si lava si spegne
s’accende
ritrova un sospiro fremente
poi, niente.

È solo la pioggia, in fondo, che scende.


(by poetella)

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Oblivion – (Piazzolla)

 

 

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A volte ancora cedeva…

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voli(foto di poetella)

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A volte ancora cedeva.
Un gradino rotto di malinconia
un intoppo.
Una goccia di rugiada
sul filo d’erba
piegato dal peso
posato pressato giù fino a terra
in attesa del sole, magari del vento
o anche d’un lento insperato passo.

A volte anche lei andava cedendo
per poi respirare fondo
Era casa in pianura, lei, capanna
Era guscio.
Entrami fino al cuore allora aria pulita
soffiaci su spazza via tutto
bene bene
fammi spazio vasto nelle stanze
dei pensieri
sotto le sedie negli angoletti
dietro gli armadi
sotto il letto.

Sopra non serve. Ce n’è già tanto.


(by poetella)

 

anche se poetella…

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non è più triste, anzi, è finalmente serena e sta alacremente lavorando per la felicità…

questa poesia di Daniela Andreis è troppo bella. 

E dunque  ecco qua

buona visione.

qui il testo

E piango,
piango sull’unghia bianca sfregata
sulla sedia dorata
che sarà la sua giornata;
piango sulla foto tessera all’ingresso
sulla discesa delle scale
e sulla schiena e i capelli che non vedo sparire,
e piango il tuo nome gridato due volte
e piango quando ti giri,
e piango la gradinata
bianca,
mai salita,
mai consumata,
e piango sulle tue orecchie
e dentro una scatola,
e piango piango
senza ritegno sulle mani strette l’una dentro l’altra
e sulle vene in rilievo
di cui non sento il pulsare
e piango il vaso di natale
e l’albero di Milano
e l’albero non addobbato
e l’albero abbattuto
dalla scure della mancanza,
e piango la parola pargoletta
che avrei tenuto al petto
allattato
e nutrito;
e piango sulla testa del fiammifero
sulla cava di zolfo che ho nel cuore
e sulla gamba di piombo deformata dal fuoco
del soldatino di latta;
e piango piango
sulla prima sera chiara
e sui suoi vestiti fuori stagione e sulla sua mano al petto,
e sull’aria tiepida che entra dalla finestra
zufolletta;
e piango
sulle poche ore che precedono la tua nascita
e sul braccialetto finto
che perde ogni perla
e sulla perla della tua bocca
e sulle gote
infiammate,
e piango
sul letto da fare
sul ritardo nel vedere il mare,
e piango
sulla madre che si accuccia sul fiore
e sulle povere cose
e sulla capitolazione dietro i cancelli delle rose
e sulla sera senza fame
e sull’asfalto e sul catrame,
e piango piango
sulla scolaretta seduta dietro al motorino
e sulla carriola d’erba medica che spingevi in vestaglia
e sul sagrato di campagna
con le lame per pulire gli stivali
e piango tutti i tuoi mali;
e piango la vigna
e l’olio nero della cuccagna
e piango l’abbeveratoio di montagna
abbandonato
e piango un prato dove non ti ho mai portato,
e i soldi contati
e il foglietto della spesa stirato
sul tavolo,
e piango
perché non conosco nessun volo
e mi si sciolgono le ali in ogni cielo
che immagino mi sospinga come un veliero,
e piango sulle sue ciglia
e sulla campagna grigia
e nella nebbia che da tutta la vita
mi carda
e sulla rabbia
e sull’impotenza dell’amore
e sulle ore,
sulle ore rosse,
e sulla matita persa
chissà dove,
e piango su ciò che non vedi
e su quello che per te speri;
e piango piango
sull’inutile confessione
di un peccato incommesso
e sulla voglia del possesso
e sull’estate e sul quel letto
e piango,
piango te,
adesso,
adesso.

 

 

Moira Egan letta da poetella

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una bella poesia di Moira Egan

“Parthenocissus tricuspidata”

tratta da Botanica Arcana

Parthenocissus tricuspidata

Vedo un’altra
pianta nel giardino buio e
 .  penso debba essere
. un salice piangente
ma quando glielo chiedo , dice: No,
è un alloro
avvolto in un intenso intrico
d’un rampicante che vi si è appeso,
. un rampicante che non fa
. danno all’ospite, pende
simbioticamente, e basta
. in posa poetica.
Ecco che svanisce
un’altra lugubre illusione,
dico, e lui ride.

Da Botanica arcana, di Moira Egan
Traduzione di Damiano Abeni
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(quanto mi piace ‘sta poetessa!)

buona visione e ascolto

da poetella

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Poi c’era quella luce…

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(foto di poetella)

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Poi c’era quella luce
quell’impregnarsi di tutte le cose
quelle trasparenze generose
un premio, forse?
quel bagnarsi di minuscole gocciole di gioia

c’era quel vaporare quel gettarsi
nel canto del giorno
sorvolare
quell’invito preciso a muovere più svelto
il passo e il cuore slanciato
verso l’azzurro
ma anche il verde e il rosa e il violetto
e tutto il misericordioso avvicendarsi
della festa del colore
e del bianco.

Si camminava cantando.

Ché non abbiamo dimenticato come si fa.


(by poetella)
Bach – Minuet In G Major.
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Lei un po’ si meravigliava…

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Lei un po’ si meravigliava
di come il rosa del cielo
le avesse schiuso un imprevedibile sorriso
di come le nubi a ventaglio e i rami
spogli e le chiome alte dei pini
quella minuscola vibrazione di cristalli
di gioia
e persino i piccoli ciuffi di fiori di malva
quel volo a otto poi attorno al cammino

si meravigliava di come le avessero
dato la chiave
l’accesso alla magica porta della Bellezza
e lei fosse entrata
ancora una volta e ancora
e ancora, benedicendo

e non valesse più la pena d’essere triste
almeno per oggi

e tantomeno di perdersi dietro a un niente. Scolorito.

(by poetella)

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(foto di poetella)

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Ma io non lo so se…

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rosso(foto di poetella)

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Ma io non lo so se chi non abbia mai provato certi piaceri, certe sensazioni, certe emozioni e dunque non sappia cosa si perde a non…sia più sconsolato di chi abbia provato, abbondantemente provato, appassionatamente provato, parossisticamente provato  tutto questo e l’abbia poi perduto probabilmente per sempre.

Proprio non lo so.


(by poetella)

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tessiamo la speranza…

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Tessiamo la speranza che il tempo
molto, certo
molto tempo
diamo aria alla speranza
che il tempo
scolli via quest’angoscia
quest’incertezza di cunicolo buio
mille domande sul come sul quando
il perché di bambino che non sa
e come non sperare che il tempo e il tutto
o quasi tutto compiuto
tutto scritto il lontano passato
archiviato ordinato nei cassetti
nelle scatoline nelle buste profumate dei ricordi
chiaro classificato leggibile

come non sperare allora
che finalmente ci appaia dolcemente
soffuso amore mio
morbidamente soffuso
pietosamente soffuso d’una consolante
luce chiara tremolante
lievemente dorata lievemente donata agli occhi
al cuore non più dolente
non più arrotolato attorno alla nostalgia
e si possa tornare a guardarlo
quel lucore che avrà per anni indicato la via
senza mai, amore, amore mio

senza mai spegnersi. Tornando noi a sorridere.

(by poetella)

poetella ….

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e scusatela se è quasi privo di immagini ‘sto video…

ma è per via che di notte, si sa

è tutto da immaginare

e tutto

non si può inserire nei video.

Quindi, se non è tutto

è niente! (poetella è così)

qui il testo

La capra sul fondo di me
non vuole dormire.
Cammina per i miei greppi
solleva quel buio e ne scopre
ancora. Più fondo.

Al centro di me
una bestiola accucciata si sveglia
e respira il silenzio che nel giorno
è mancato. Respira. A suo modo
canta. Resta attonita dentro
cucita nel fasciame buio del sange
rivestita del buio palpitante dei boschi notturni.
Sanguinante. Infante. La parte più viva
sta sveglia e pilota. Solleva il corpo
dal letto. Lo accuccia nella camera accanto
per terra. E canta. Dentro. Una felicità
sconosciuta. Un canto d’eternità
spaventoso e immenso. E’ ignota
la sua volontà. Da che strana vita
si erge quel suo stare sveglia
da che lontananza si accende.
Non è bestia nera ma piccola
bestia di luce che sta nella vita
un po’ stretta per lei.

(da “Bestie di gioia”- Einaudi 2010)

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