Senza paragone (11)

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(foto di poetella)

Qui per ascoltare

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Senza paragone
come questa frescura alle dodici di mattina
e luglio è quasi finito
e tra poco
torneranno a fiorire alla grande i gerani
addormentati
creando volumi di rosso
attorno ai pensieri fiduciosi. In attesa.

Senza paragone
come le ore finalmente solitarie
rubate alla forzata compagnia dei doveri e degli obblighi
e dei sorrisi in maschera e dell’accettare e rinviare
il brontolio desolato scoraggiato sfiduciato.
E silenzio!

Senza paragone come una voce
quella voce
l’unica voce regina delle voci
regina di cuori
regina del lago
voce d’incantesimi e prodigi
quella voce
la tua voce che dice Come stai?

Come stai, Belladonna? Come stai?


(by poetella)

 

 

.

 

Je vous attend dedans l’Enfer

poetella:

meraviglioso! Tutto…
musica… video…
sublime eleganza e delicatezza. Bravo Claudio!

Originally posted on Cap's Blog:

Anonimo (sec. XVII): Quand je menai mes chevaux boire, chanson tradizionale francese (bretone o normanna). Le Poème Harmonique, dir. Vincent Dumestre.

Quand je menai mes chevaux boire,
ilaire, ilaire, itou, ilaire,
ilaire, oh, ma Nanette,
Quand je menai mes chevaux boire
j’entendis le coucou chanter.

Il me disait dans son language:
Ta bien aimée vont l’enterrer.

Ah! que dis-tu, méchante bête,
j’étais près d’elle hier au soir.

Mais quand je fus dedans la lande
j’entendis les cloches sonner.

Mais quand je fus dedans l’église
j’entendis les prêtres chanter.

Donnai du pied dedans la chasse.
Réveillez-vous si vous dormez.

Non je ne dors ni ne sommeille:
je vous attend dedans l’Enfer.

Vois: ma bouche est pleine de terre
et la tienne est pleine d’amour.

Auprès de moi reste une place
et c’est pour toi qu’on l’a gardée.

View original

Certe volte si divertono…

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la rosa(foto di poetella)

Per chi volesse ascoltare…

 

Certe volte si divertono
i dubbi
a fare le giravolte a farsi vedere

nascondersi
poi di nuovo sbucare
mascalzoncelli birichini
fare l’occhiolino inclinare il capino
si divertono loro fanno sberleffi
fanno marameo con la manina sul nasino malandrino.

Certe volte si divertono
i dubbi
a scolorirci i cieli e le cime degli alberi
e pure i capelli
imbrunire le nubi
sotterrare la gioia.

Si buttano sugli spicchi di pensiero
e l’impiastrano bambini viziatelli
colla faccia tutta sporca
le manine grassottelle goffe pasticcione e veloci
veloci.

Allora ce ne andiamo circospetti
zoppicando traballando
schivando occhieggiando.

Aspettando una lucetta che schiari la notte
o che s’apra un altro bocciolo di rosa.

Fiduciosi, però. In fondo.


(by poetella)

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Sto facendo confusione tra i giorni…

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tutto fermo(foto di poetella)

E qui c’è la voce…

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Sto facendo confusione tra i giorni.
Non stacco foglietti da un po’.
Il tempo pare
imbalsamato. Una mummia anch’io
e la fascia è solo un po’ scesa.
Ma è ancora la fasciatura originale, che pretendi?
Uno sfilacciamento in cima. Appena qualche lentezza.
Ci permette d’evitare gonfiori noiosi.
Com’è la fascia attorno al cuore?
Teniamo lenta anche quella
e il tuo? Batte libero? S’espande? Dimmi.

Non m’arriva niente delle sue pulsazioni.
Niente di te. Sulle mattonelle gialle di cucina
tutto pare scivolare.
Che giorno è oggi? E intanto piove.

Passeggiate in corridoio. Ondulando.
I ricordi non bastano a dare stabilità.
Ci vorrebbe un supporto nuovo
davanti, l’orizzonte esteso.

Il condizionatore fornisce frescura ad accettabile costo.

Tuttavia, dico, basterà?


(by poetella)

 

 

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Però non me lo spiego…

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cielo lontano(foto di poetella)

E qui la voce di poetella

.

Però non me lo spiego
questo cielo così lontano
assente distaccato ti sfiora
e non lo senti o non ti sfiora? Non so.

Non me lo spiego questo suo giocare con le nubi
parlarci si parleranno no?
in una lingua tutta loro o non ne avranno bisogno
forse
così compenetrati stratificati intersecati
fino a perdere confini dettaglio
non trascurabile, direi.

Proprio non me lo spiego questo mio desiderio
d’appartenergli e possederlo sempre così
umanamente

inappagato – inappagabile. Disgraziato.


(by poetella)

 

(…ma dove sei?)

 
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Ho sentito le mani del vento…

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stamattina(foto di poetella)

Qui per ascoltare…

Ho sentito le mani del vento
ieri
rivoltavano prendevano da sotto
ribaltavano sparpagliavano desideri
quelli piccoli con facilità i grandi
con appena un po’ di sforzo.

Le grandi mani del vento raccoglievano
a conca
piccole foglie secche dei gerani e l’ultimo fiore
trasparente di malinconia
della bouganvillea senza più corona né scettro
né regno

e tutto poi si disperdeva, a cerchio, cercando.


(by poetella)

 

 
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Poi c’è quest’aria sottile…

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c'è quest'aria sottile(foto di poetella)

Qui se volessi ascoltarla…

Poi c’è quest’aria sottile
questo entrare del fuori dentro
quest’unico contatto
col resto
questo silenzio.

E c’è il muoversi tremulo delle foglie della rosa
e dei boccioli e dei fiori
e la mia immobilità prigionia stretta.

E poi c’è la musica
del pensiero di te. Lontano.
Immaginato e presente.

Mi senti?



(by poetella)

 
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Beh, è ora di scrivere qualcosa, no? …

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da piccole(poetella piccola, la gemellina e la bellissima mamma)

 

Beh, è ora di scrivere qualcosa, no?
È per via che m’è tornato in mente un ricordino. Spunto da uno dei miei blog preferiti.
No, non lo cito che se no gli altri…beh…
Insomma, sorelle. Infanzia. Paure. La notte.

Leggevo come una matta, da piccola (ok, anche da grande)
C’avevo a disposizione, oltre ai libri che compravo, che mi comprava mamma su mia precisa richiesta, da una certa età in poi, oltre a quelli, le splendide antologie per le medie (allora erano splendide) che arrivavano a casa dai rappresentanti di libri che si prodigavano a consegnarli a mamma, insegnante di lettere, sperando….
E lì, ah, c’era di tutto. Roba da grandi!
E io leggevo. Di solito nel pomeriggio, finiti velocemente, più o meno, i compiti.
A volte la sera, prima di dormire, col librone nel letto.
Erano enormi quelle antologie! Un ammasso di godurie.
Ma una sera mi pentii amaramente d’averlo fatto.
Un racconto.
Un racconto che mi perseguitò poi nelle notti per anni. Dico davvero. Per anni.
Pure adesso, se ci penso…
L’autore non me lo ricordo. Solo il titolo. La forfecchia.
Già il titolo… che poi, magari, no. Magari poteva essere una cosa alla Fedro, che ne so.
Insomma, lessi.
Storia orribile.
Una bimba che dorme su un prato, col nonno vicino, che le aveva letto fiabe.
Immagine dolce, no?si continua.
Fino a che…la forfecchia. Che deve essere uno di quegli animaletti piccoli, con le antennine, un po’ trasparenti, veloci e orribili. Li odio.
E quella che fa? Si va a intrufolare nell’orecchio della bimba. E poi su. Fino al cervello. Fino a farla impazzire.
Ma dico io!
Ma si scrive una novella così, da far leggere a dei ragazzi adolescenti? E magari anche a quelli più piccoli, curiosi? Ok, ci sono quelli col gusto dell’orrido.
Non era il mio caso.

Non si dormiva più.
Si scrutava il letto in ogni angolino, prima. Si sperava che papà e mamma non spegnessero la luce prima del mio sonno.
Ci si augurava che l’immagine sparisse dalla memoria. Per giorni e giorni.
E guai se si spegnevano le luci nelle altre stanze. Guai. L’idea che tutti dormissero. Lasciandomi in balia di…
Non si dormiva più. Senza luci, niente. Che poi sarebbe bastato il sottile filo di luce sotto la porta chiusa. Ma senza neanche quello, niente.
In allerta. Ogni fruscio. Ogni impercettibile movimento d’aria.

Fino a ”Tata, vieni al letto mio?” una supplica.
E la gemellina paziente, in stato di dormiveglia, s’alzava, col cuscino tra le braccia, senza chiedere e s’infilava nel letto.
Fugando ogni paura. E scivolando, tiepida e serena, assieme a me, nel sonno.
Ecco.
L’ho raccontato.

Rimettiamoci a leggere, va’…



(by poetella)

 

Ashkenazy plays Chopin Etude op.10-1

 
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