Foto di poetella

 

 

 

Quella donna davanti all’ascensore. Piena di pacchi.
Non posso salire con lei. Che poi vede dove mi fermo. Nessuno deve vedere dove mi fermo. Sono trasparente, pensa. Devo essere trasparente, pensa.
Trasparente.
Un grumo d’emozione che sale per le scale.
Un respiro grosso di gradino in gradino. A spirale.
Una scia di profumo. Solo questo deve essere. Incorporea.
Nel silenzio. Adesso.
 
Sempre così. Con l’ascensore è meglio, però.
Il rumore del motore, leggero, sibilante, basta a coprire quello del cuore.
Ora no. Sembra rimbombi. Il cuore. Il cuore è un pugno contro il petto.
È un martello nelle orecchie. Il cuore è una macchina scagliata contro un muro.
Che s’avvicina. Il cuore sta per schiantarsi.
Tum tum tum a ogni passo.
Non sono i tacchi. Quelli non si sentono.
Sale felpata come un gatto.
Uno due tre quattro, conta i gradini, cinque sei sette, per non pensare a quella porta. Che tra poco vedrà.
E sarà aperta. Socchiusa, almeno. Come una porta magica.
Con un fumo a forma di mano che l’invita.
No. Il fumo non c’è. Ma quale fumo. Non ci sarà.
Niente cavolate. Non è una favola. [è una favola]
Neanche un cartone animato. Non è una messa in scena teatrale. Con gli effetti speciali.
È vero. Tutto vero. Sta salendo ed è quasi arrivata.
È realtà.
Si ferma. Per calmare il cuore. È anche caldo. Ancora caldo. Troppo caldo.
 
In ascensore c’è lo specchio, almeno. Per controllarsi. Sempre il bisogno di controllare. Sente al piano di sopra lo schiocco meccanico dell’ascensore che si ferma. Si apre la porta. Qualcuno esce  e posa pacchi a terra. Poi  sente una chiave girare. Lei è ferma sul pianerottolo un piano prima. Non la vede nessuno. Sarà la donna dei pacchi che è arrivata.
 
E continua a stare ferma. Si sente come da bambina, quando s’acquattava sotto il tavolo per non farsi vedere, con la testa girata verso il muro. Se non vedo io non vedono neanche me, pensava. Da bambina.
 
Ricomincia a salire. Il cuore non ha rallentato il battito. E ora accelera di più. Dove vorrà mai arrivare questo cavolo di cuore. Dove vorrò mai arrivare, io. Dove arriveremo mai, noi. Non c’è un posto dove arrivare. Sono finiti tutti i posti. È tardi. Se li sono presi tutti i posti. Smettila, si dice.
Manca un piano. Si scosta i capelli dal collo.
Mi rimetto un po’ di rossetto, pensa. No. Mi guardo nello specchietto. No. Sì, mi guardo. Lo prende dalla borsetta rossa. Ferma sul pianerottolo. Sono scema, pensa. E si guarda. La bocca è ok. Non serve altro rossetto.
Ricomincia a salire. Trema.
 
Arrivata. L’ascensore è fermo al piano di sotto. Nessuno l’ha più chiamato.
La porta. Quella porta è socchiusa. Va. Entra. E lui è lì.
 
Le sue braccia. Le sue labbra. Il suo odore di muschio. Il petto nudo. I capelli umidi sul collo. Le mani.
– il tuo cuore, dice, pressato contro di lei, il braccio teso a chiudere la porta alle spalle
– il tuo cuore.
– è per le scale, gli dice sulla bocca. Le scale a piedi.
– certo, sì, dice lui. Certo. Le scale.
 
E comincia la festa. No. È già cominciata.
(by poetella)