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La casa in penombra.

Perennemente in penombra.

Finestre piccole. Addirittura mancanti.

Si passa veloci senza guardarsi alle spalle, senza ascoltare scricchiolii.

Il chiarore timido solo dalle porte a vetri piombati, dalla lunetta in alto.

Dall’amore.

E ghirigori a terra, da scavalcare con cautela.

 

Si tardava. S’aspettava il languire della luce che si ritirava dagli angoli.

Una pozza che s’asciuga.

S’aspettava ad accendere il lume perso, lassù, in alto in alto, quel soffitto così lontano. Così inesplorato.

 

La penombra stagnava dietro il cassettone altissimo, nelle sete verde muschio del divanetto in fondo alla stanza.

Resisteva sulla greca del pavimento che spariva sotto il grande letto di ferro nero.

Le piccole tessere di madreperla in testata ne rubavano briciole.

Poi me le ributtavano, me ne regalavano un po’. Per giocarci.

Per tessere storie. Per ingannare i silenzi.

Per confortare.

 

Poi, ecco. Arrivava la modista.

Luce  da tutte le lampade. Imprevedibile vortice di scatole tonde, un ragazzotto dietro, carico carico. Che poi se ne andava in anticamera ad aspettare, guardandosi i piedi. E i quadri enormi.

Senza interesse. Sbadigliando.

 

Nonna, in camera, braccia levate, che prova l’inclinazione, pizzi e veli. Fiori d’organza. Si gira di fianco, sorride allo specchio, cala velette e l’enorme specchio macchiettato approva.

 

La gatta, accorsa da chissà dove, felpata, inclina la testa a destra. Poi a sinistra. Dubbiosa nella scelta.

 

Io non vengo interpellata.

Troppo piccola.

Posso solo guardare. In silenzio. Seduta composta.

 

Da lì ho imparato la compostezza.

Da lì è nata la disordinata, dissennata, prorompente, scomposta furia delle mie voglie.

Mi sa.

(by poetella)

 

 

 

 

 Eddie Vedder – Guaranteed.

 

 

 

 

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