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(foto di poetella)

 

Poi era finita.

C’era rimasto da fare solo l’esame. Di Maturità.

 

La cena coi professori, un trionfo.

Cossu, con una coroncina fatta con le foglie dell’alloro della siepe, erano nel giardino del ristorante, gran bel ristorante, a metà cena, Cossu che in piedi su una sedia, ogni tanto tossendo, giù a declamare col suo vistoso accento sardo, uno per uno gli inviti che lei aveva ideato, programmato, poi composto, poi corretto, riscritto, ricorretto, poi compilato. In gotico. Su finte pergamene bruciacchiate fatte con la carta da lucido pesante, quella buona.

Parodiando Dante.

 

E Cossu, in piedi sulla sedia, tossendo un po’ e schiarendosi la voce, mentre tutti un po’ alticci, tutti accaldati, tutti eleganti, lei col vestitino di crepe  Georgette blu, tutti a ridere, ad applaudire e Cossu a declamare

 

O Tosco che per la città del gioco

lieto ten vai corrigendo un poco

piacciati di venire in questo loco

dove con noi mangiar e bere potrai non poco

e festeggiar dei giorni il nostro chiuso giogo.

 

Quiriconi che chiedeva a gran voce di riavere il suo invito, perdendosi tutte le C, sbracciandosi sul tavolo e ridendo da matti.

 

 Ecco l’invito della Cortellessa. Si vociferava, per tutto l’anno e anche l’anno scorso che le piacesse il Mainardi. Quando s’incontravano pei corridoi lei arrossiva di brutto. e guardava basso.

E Cossù in piedi, tossendo un po’, un po’ schiarendosi la voce tonante, a declamare

 

 

E tu che per dicoro, nei giorni andati arrossavi al suo cospetto

adesso viene ove anche lui saria

E se amor che a nullo amato amar perdona è detto

ti saria di certo mangiar con noi e con colui in questo loco

dolce e lieto e ardente come per tutti è nell’inverno il foco

 

e giù applausi e sganasciamenti generali e rossori e frizzi e lazzi.

 

E per lei eccolo il momento di gloria.

Non quello degli occhi del Mainardi ficcati fissi nella sua generosa scollatura, no. Un altro. Migliore.

Quella voce rombante, quella voce terrifica che non sapevi se fosse d’uno che t’avrebbe mangiato subito o avrebbe aspettato la ricreazione, quella voce, a pensarci, un po’ più roca, un po’ più bassa, dall’inizio dell’anno.

Che lui li avrebbe tutti portati all’esame. Alla Maturità.

E ora quella voce che rombava sempre meno, quella voce che aveva bisogno sempre di bere un po’ d’acqua, di schiarirsi come un’idea appannata,  quella voce che diceva

Questo è opera tua, vero Lucietta?

Come se lo sarebbe ricordato, lei, quel Lucietta, mai l’aveva chiamata per nome. Solo cognome.

Come se lo sarebbe ricordato quello sguardo.

 

Dopo.

Quando, dopo le vacanze avrebbe saputo da Patrizia che Cossu  se n’era andato. Cancro alla gola.

Dopo le vacanze che le avrebbero fatto girare la vita. Una boa del destino.

 

Che inutile opporsi, cercare di sviare. No, non ci voglio andare sull’Adriatico al mare. Voglio tornare al Circeo!

Inutile.

Samarcanda o non Samarcanda, il destino t’aspetta. È paziente, lui.

(by poetella)

 

 

 

 

 

 

 

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