(foto di poetella)

 

Ma ché, sei architetto pure tu?

(da un morso al panino all’olio. Da dentro s’intravede frittata. E foglie. Mastica)

 

Pure io, sì, risponde lei. Cioè, no. Dottore in Architettura, per essere precisi. Ok, ok, dottoressa. Ancora a fare la post-sessantottina, te, eh? (scuote piano la testa, sorridendo)

Scusa, mi vado a prendere un te alle macchinette. Tu vuoi? Ti ritrovo tanto, no? Consigli di classe pure tu, vero?

 

Esce dalla sala dei professori, dall’odore di frittata e dal disordine dei fogli e fogli sul grande tavolo. Quasi correndo, esce. Le bidelle lavano il corridoio. Sempre a passo di carica a scuola. Sempre fare tutto di corsa ché suona.

Scambi fugaci, brandelli di chiacchiere mozze al cambio dell’ora. O nelle attese dei consigli di classe. Dei collegi fiume.

Sempre costipati. Sempre zeppi di cose da fare, sistemare, controllare, organizzare, chiedere, confermare, disdire, confrontare, incastrare, concedere. Negare. E suona.

 

Rieccomi, dice, col bicchiere di carta da una mano all’altra. Scotta.

Che dicevamo? Ah, sì. Dottore in Architettura. No, mai fatto l’esame di stato. Mai iscritta all’albo. Difficile, dici? L’esame? Tu, fatto?

Ma mica per quello! Figurati! Difficile: niente è difficile se vuoi.

Conosciuto il prof Bonelli, in facoltà? Ti ricordi? Sì, storia dell’Arte. Sì, quello. Quello che bocciava tutti. Ah, tu no? Con chi l’hai dato l’esame? Ma come non ti ricordi! Eh, tanti anni. Ma Bonelli non si dimentica! Quello che una volta, andavo sempre ad assistere agli esami, ai massacri, una volta a uno che dice che s’era preparato su Giotto, fa, ‘spetta che bevo, (beve) fa  Credette nella pittura Cimabue tener lo campo, ma…continui, prego! E quello imbambolato, trasognato, sconcertato, inebetito. E lui Vada, prego. O si studia o si studia. Manco l’ha fatto parlare!

No, non ho potuto cambiare corso. Aveva fatto firmare non so che. Chi capitava con lui ci restava. Non si poteva cambiare.

E bocciava tutti. O qualche striminzito diciotto.

Solo dopo tre esami ripetuti e falliti si poteva cambiare corso. Se no, no.

Dicevano che era pazzo. Ma io, trenta e lode. Alla faccia sua. Che, lo sai? m’ero seduta col matitone 6B in mano. E lui, Come mai la matita, signorina? Tutto mellifluo. E sbirciava la scollatura. E io Un buon architetto deve saper disegnare!

Lo diceva sempre, lui. Lo citavo.

E giù a disegnargli lì per lì, lo spaccato assonometrico delle chiese di pellegrinaggio. Ridi, ridi!

Vero!

M’ero esercitata, che ti credi! Volte a crociera, cappelle radiali, archi rampanti…un culo che non ti dico! E date, e fatti. E critiche. E concetti filosofici.

Porca miseria, bocci tutti, pensavo? Con quella bibliografia che da sola era un libro. E io ti faccio vedere! Per tigna.

Che mi voleva portare in moto a vederle, quelle cattedrali Oltralpe. Che dice Lei ne parla come se le avesse viste! E non le ha viste, signorina? Ce la porto io! In moto!

Dici che era la scollatura? Ma dai! No! È che l’avevo  distrutto! Stroncato! Dai a fare domande. Non mi mollava. Si divertiva! Sei mesi ero stata a studiare. Difficile, dici? Se si vuole, si fa.

Così si studia. Così o niente. Non serve. Non si fa più? Boh, non lo so. Non si faceva? Beh, io sì.

 

Ma a me, fare l’architetto. Chissene!

Io volevo insegnare. Da sempre.

E poi in facoltà ci andavo per avere scuse per uscire. Che papà ci teneva sigillate, me e mia sorella. Alle sette a casa! Ci sto io, diceva, ci state pure voi!  Mi serviva per scusa la facoltà. Papà, io vado a lezione. Faccio tardi. Mangio a mensa.

Ma quando mai! Balle! Me ne andavo dove volevo. Sai il tempo che ho perso? Se solo fosse stato meno rigido, papà. Ma tant’è.

Mi sono laureata lo stesso. Ci ho messo un po’ di più, ma.

Poi, mi sono sposata e non mi sono servite più le scuse. Per un po’, almeno. Che fai? Ridi?

Dai, che è ora. Devo andare a prendere i registri per i verbali. Tu, presi? Facciamoci ‘sti consigli.

Oggi no, niente scuse.

Domani, vedremo. (strizza l’occhio e se ne va)

(by poetella)

 

 

Vanessa Mae – Handels Minuet

 

 

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