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non è più triste, anzi, è finalmente serena e sta alacremente lavorando per la felicità…

questa poesia di Daniela Andreis è troppo bella. 

E dunque  ecco qua

buona visione.

qui il testo

E piango,
piango sull’unghia bianca sfregata
sulla sedia dorata
che sarà la sua giornata;
piango sulla foto tessera all’ingresso
sulla discesa delle scale
e sulla schiena e i capelli che non vedo sparire,
e piango il tuo nome gridato due volte
e piango quando ti giri,
e piango la gradinata
bianca,
mai salita,
mai consumata,
e piango sulle tue orecchie
e dentro una scatola,
e piango piango
senza ritegno sulle mani strette l’una dentro l’altra
e sulle vene in rilievo
di cui non sento il pulsare
e piango il vaso di natale
e l’albero di Milano
e l’albero non addobbato
e l’albero abbattuto
dalla scure della mancanza,
e piango la parola pargoletta
che avrei tenuto al petto
allattato
e nutrito;
e piango sulla testa del fiammifero
sulla cava di zolfo che ho nel cuore
e sulla gamba di piombo deformata dal fuoco
del soldatino di latta;
e piango piango
sulla prima sera chiara
e sui suoi vestiti fuori stagione e sulla sua mano al petto,
e sull’aria tiepida che entra dalla finestra
zufolletta;
e piango
sulle poche ore che precedono la tua nascita
e sul braccialetto finto
che perde ogni perla
e sulla perla della tua bocca
e sulle gote
infiammate,
e piango
sul letto da fare
sul ritardo nel vedere il mare,
e piango
sulla madre che si accuccia sul fiore
e sulle povere cose
e sulla capitolazione dietro i cancelli delle rose
e sulla sera senza fame
e sull’asfalto e sul catrame,
e piango piango
sulla scolaretta seduta dietro al motorino
e sulla carriola d’erba medica che spingevi in vestaglia
e sul sagrato di campagna
con le lame per pulire gli stivali
e piango tutti i tuoi mali;
e piango la vigna
e l’olio nero della cuccagna
e piango l’abbeveratoio di montagna
abbandonato
e piango un prato dove non ti ho mai portato,
e i soldi contati
e il foglietto della spesa stirato
sul tavolo,
e piango
perché non conosco nessun volo
e mi si sciolgono le ali in ogni cielo
che immagino mi sospinga come un veliero,
e piango sulle sue ciglia
e sulla campagna grigia
e nella nebbia che da tutta la vita
mi carda
e sulla rabbia
e sull’impotenza dell’amore
e sulle ore,
sulle ore rosse,
e sulla matita persa
chissà dove,
e piango su ciò che non vedi
e su quello che per te speri;
e piango piango
sull’inutile confessione
di un peccato incommesso
e sulla voglia del possesso
e sull’estate e sul quel letto
e piango,
piango te,
adesso,
adesso.