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La casa appariva dopo una salitella su una strada bianca tutta ciottoli. Non proprio l’ideale per la piccola panda bianca stanca di troppi anni e troppi cambi di padrone.
I tre, un giovane uomo, una donna poco più giovane, o molto, chissà, una seconda donna vistosa, molto truccata, cappotto arancione corto, foulard a coprire le rughe del collo, i tre erano scesi dall’auto lasciata fuori d’una recinzione sbilenca fatta di filo di ferro più simile a quella di un pollaio o di un cantiere stradale abbandonato, molle e pendula, arrugginita, mista a erbacce. Cancelletto chiuso, ma un passaggio tra la rete rotta e cespugli di ortica e, forse, margherite. In un’altra stagione.
Erano scesi, la donna grassa parlando a voce alta, al solito, tutta un Vedrete che quadri! Vedrete che belli! Eccola!
Una delle finestre della casa, persiane scolorite da anni e anni di desolante apri e chiudi, s’era aperta e una mano che salutava s’era portata dietro una voce cristallina Eccomi, scendo! Un attimo…
In cima alla scaletta esterna, che finiva in un pianerottolo con due vasi di terracotta addolorati da una cascata di foglie secche di un’irriconoscibile pianta un tempo forse grassa, era apparsa una lunga figura con un fazzoletto a fiori provenzali in testa, mantellina di lana rosa che non riusciva ad ammorbidire le spalle ossute. Scendeva lievemente le scale, come sfiorandole, trattenendo a fatica due grossi cani slanciati, unica immagine d’eleganza. In quello squallore.

– Non temete, sono buoni, Aldebaran e Astra. Ché mica gli si possono mettere nomi di santi, creature di Dio, certo, ma sempre bestiole! –
Sembrava ci tenesse a spiegare, voce come musica, mentre si girava e riapriva la porta da cui era uscita che intanto s’era richiusa come sospinta dal pudore, invitando i tre.
Dal fazzoletto in testa uscivano ciuffi scomposti di laniccia grigia che spiovevano sulla mantellina.
Ferma sulla soglia, tenendo la porta, aveva fatto entrare.
La casa quasi al buio. Un forte odore di urina di gatto.
La donna giovane s’era sentita sollevata nel vederla, con quei suoi scarponi da montagna da cui uscivano le calze di lana, una rossa, una a righe viola e bianche, con due grossi buchi all’altezza del polpaccio, precipitarsi ad aprire le quattro finestre.
Apriva i vetri, apriva gli scuri, richiudeva i vetri. L’odore intrappolato dentro. Senza speranza d’uscire. E, a ogni apertura di scuri, si svelava un po’ di più dell’enorme stanza. Due, tre cavalletti con tele incompiute sopra. Una coperta da uno straccio tutto chiazzato di colore. Un tavolo fratino di cui si scorgeva la crociera di ferro battuto sotto stratificazioni di polvere d’anni, completamente ricoperto di vaschette con resti di colore, fogli di carta disegnati, alcuni piccoli busti di gesso, uno ritto, uno coricato, senza naso, pezzi di tela, alcuni fissati solo da una parte al telaio sconnesso, bicchieri con resti di chissà che, una scodella con dentro un osso di pollo, e pennelli, pennelli puliti, pennelli imbevuti di colore, pennelli senza più che due, tre peli, pennelli grandi, medi, piccoli, una bottiglia di cristallo vuota, una che doveva aver contenuto del vino, ma chissà quale. L’etichetta non era più leggibile. E poi una tazza grande, con dentro del colore secco. Un piatto di porcellana, Meissen? Sempre con resti di colore. Una fotografia di D’Annunzio con dedica: A Elvia con amore, Gabriele. Una teiera. Vuota? piena? libri uno sull’altro, libri e polvere, polvere, polvere ovunque. Quasi fango, in quell’odore acre. E la donna col fazzoletto per niente a disagio che parlava, parlava e invitava a guardare le pareti. Che grondavano quadri. Suoi. In vendita.
Magnifici.

E i tre avevano comprato. E poi erano scappati via.

Elvia Mandolesi

Elvia Mandolesi – La bocca della verità. Pastello su carta. 1921.

E questo ancora ce l’ho.


(by poetella)
Debussy – Reverie

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